Il tentativo di sospendere il decreto che ferma l'attività dell'area caldo dell'ex Ilva di Taranto è fallito. Una delle storiche aziende dell'industria siderurgica italiana dovrà quindi completare lo spegnimento entro la fine di ottobre, mentre il caso approderà nel frattempo anche alla Cassazione.
Il diritto alla salute prevale sulle esigenze dell'industria
Bisogna ricordare che l'area a caldo dello stabilimento è il cuore produttivo dell'ex Ilva. Il tentativo di sospendere il provvedimento del tribunale era già fallito all'inizio di settembre, con il rigetto da parte della Corte d'Appello della richiesta. Nei giorni scorsi la Procura Generale presso la Corte di Appello aveva rinnovato il no alla sospensiva, in vista dell'udienza del 30 settembre.
Secondo i giudici la tutela della salute resta prevalente rispetto a quella dell'occupazione. Questo anche nel rispetto dell'orientamento che viene dato in sede comunitaria, oltre che della Costituzione italiana.
Certo che non c'è pace per quello che era un fiore all'occihello dell'industria italiana, ma che da anni è nell'occhio del ciclone. Peraltro da pochi giorni si è cleebrato il decennale della tragedia che vide un operaio morire all'Ilva travolto da un nastro trasportatore.
La riduzione dell'attività produttiva
L'area a caldo dell'industria siderurgica con sede a Taranto verrà quindi chiusa. Va detto che l'ex Ilva già da giorni sta mettendo diversi impianti in previscaldo, ossia li fa lavorare al minimo produttivo dal momento che le materie prime necessarie all'industria non sono state più ordinate a partire dal provvedimento del 27 luglio della Corte di Appello, che disponeva la fermata entro 90 giorni.
Insomma ci si era già preparati al peggio e gli impianti di conseguenza avevano cominciato già a ridurre l'attività. Ordinare nuove materie prime richiede tempo ma anche risorse economiche che non ci sono. Peraltro rcordiamoci che i costi energetici in forte aumento già avevano stangato le nostre aziende siderurgiche.
L'impatto economico della chiusura
Le conseguenze sul lavoro della chiusura dell'area a caldo saranno importanti. Ci sarà un aumento dei numeri della cassa integrazione, che attualmente indica 4500 unità di lavoro dell'intero gruppo AdI (Acciaierie d'Italia), di cui 3800 a Taranto. Appena settimana scorsa dal mercato del lavoro erano giunti numeri in chiaroscuro per l'Italia.
Riguardo al futuro poi la palla passa al Governo, che dovrà cercare attraverso tavoli tecnici di capire come rilanciare e guidare la transizione dell'impianto verso processi meno inquinanti.




