Il caso Almaviva ha scoperchiato un pentolone che era già bello che aperto, quello del lavoro nei call center, ma nessuno voleva andarci a guardare dentro. La situazione dei dipendenti di queste aziende è sempre stata economicamente pessima e umanamente a tratti insostenibile, ma soltanto oggi pare che qualcuno se ne accorga. Meglio tardi che mai.
Nuove regole sul lavoro nei call center
Una recente ricerca ha evidenziato che in 100 call center su 134 i lavoratori sono come schiavi: lavoro nero, maltrattamenti e mobbing. Ma adesso è stato annunciato un giro di vite dal ministro dello Sviluppo Calenda.
«Ho chiamato e avvertito quei gruppi che hanno deciso di spostare i call center in Paesi Ue o extra Ue (solo a Tirana, in Albania, ci sono 25mila addetti), renderemo più dura la legge e nel frattempo pubblicherò i nomi perché ci sono comportamenti predatori». Quindi dovrebbero finalmente arrivare le nuove norme sul lavoro nei call-center invocate da tempo dai sindacati. Riguardo ai tempi che serviranno per approvarle, però c'è solo tanta incertezza.
Un tavolo di confronto al Ministero
Intanto è vicino il momento del tavolo di confronto al ministero, per discutere con l'azienda e i sindacati sui 2.511 licenziamenti a Roma e Napoli. Intanto i gruppi politici consiliari di maggioranza e opposizione del comune partenopeo hanno presentato un ordine del giorno per ribadire il «No alla chiusura e agli 845 licenziamenti».
Hanno altresì invitato il premier Renzi (che ha appena incassato la bocciatura del Jobs Act da INPS), in caso di rifiuto da parte dell'azienda, di avviare un'azione di rivalsa contro Almaviva per recuperare tutte le agevolazioni e i contributi regionali e statali del quale hanno beneficiato per svolgere la loro attività.

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