In Italia si fanno sempre meno figli, ed è una tendenza così forte che da tempo ormai si parla di crisi demografica. Si tratta di un fenomeno che rischia di avere fortissime ricadute sul nostro futuro, perché inciderà sulla crescita economica e sulla sostenibilità del nostro welfare.
I numeri della crisi demografica
L’Italia vanta un primato poco invidiabile: siamo il Paese europeo dove le donne si presentano al primo parto con l’età più avanzata (circa 32 anni), e siamo anche quello tra i livelli di fecondità più bassi. Nel 2025 ha raggiunto il minimo storico di 1,14 figli per donna. Per riuscire a mantenere la popolazione a un livello stabile, bisognerebbe avere un tasso di fecondità di 2,1.
Questi numeri racchiudono la grave crisi demografica che l’Italia sta affrontando. Lo scenario attuale è clamorosamente diverso rispetto ai tempi dell’Unità, quando nascevano circa un milione di bambini l’anno su una popolazione di 26 milioni di abitanti. Oggi invece ne nascono meno di 400mila su quasi 59 milioni di residenti.
Dal momento che il numero di decessi supera stabilmente quello delle nascite, affrontiamo un grave inverno demografico che viene attenuato solo da un saldo migratorio positivo. L’Italia sta diventando uno dei Paesi più vecchi d’Europa: abbiamo superato i 49 anni di età media.
Il terzo shock demografico in Italia
Secondo i dati ISTAT, quella attuale è la terza grande fase di transizione demografica dall’Unità. La prima comincia con l’unificazione e arriva alla metà degli anni Settanta del Novecento, ed è guidata dal crollo della mortalità, soprattutto infantile. Durante questa fase la popolazione crebbe da 26,3 milioni a 47,5 milioni.
La seconda fase comincia dalla metà degli anni Settanta: i giovani escono dalla famiglia d’origine più tardi, posticipano matrimonio e genitorialità e questo comincia a provocare un calo della fecondità. E’ qui che si pianta il primo seme di quella che poi sarebbe diventata la crisi demografica acuta che viviamo oggi, con il terzo shock.
Le conseguenze su economia e welfare
Secondo alcune proiezioni, se non ci sarà un deciso cambio di rotta, nel 2080 la popolazione italiana potrebbe diminuire a circa 45 milioni, un terzo dei quali Over60.
Questo significa che ci saranno gravi conseguenze sulla disponibilità di manodopera, con carenze in molti settori. Ciò potrebbe comportare una minore crescita del Prodotto interno lordo, uno dei dati macroeconomici più importanti per un Paese.
Di sicuro una conseguenza pesante ci sarà sul welfare visto che che la popolazione attiva – ossia chi lavora, paga le tasse e i contributi – sarà sempre di meno rispetto a chi non è ancora in età lavorativa oppure è in pensione. Si è stimato che nel 2080 cento persone in età lavorativa sosterranno 75 persone tra giovani e anziani.
L’impatto territoriale
La crisi demografica sta avendo anche un forte impatto territoriale. Infatti molte aree interne si stanno spopolando (alcuni Paesi non hanno più neanche una scuola per mancanza di bambini) e alcune zone hanno perso fino al 40% degli abitanti rispetto all’inizio del millennio. Si tratta di zone lontane dalle grandi città, dove al numero delle nascite basso si aggiunge un saldo migratorio negativo. I giovani spesso si trasferiscono fuori regione per gli studi superiori e poi non rientrano perché non trovano occasioni di lavoro.
Servono soluzioni contro la crisi demografica
Per affrontare la crisi demografica dell’Italia servono necessariamente più nascite. Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna dare maggiore solidità all’economia e certezza sul futuro ai nostri giovani, che invece oggi vivono nella precarietà.
Difficoltà nel raggiungere l’indipendenza economica, alti costi abitativi e mancanza di adeguate tutele per la maternità spingono a rimandare o rinunciare al progetto genitoriale. Bisogna quindi dare sostegno alle famiglie, con politiche di sostegno



